Il significato delle parole può essere vago, può assumere toni più o meno chiari a seconda che allo scambio comunicativo partecipino persone di pari grado nella comprensione. Non mi riferisco solo alla posizione che questə o quellə ricoprono nella scala sociale, ma anche ai diversi gradi all’interno di un’istituzione civile. Il linguaggio comune al personale medico e paramedico in un ospedale non è sempre chiaro all’utenza non specializzata, ma si riempie di senso nel contesto, dove ‘impegnativa’ non è aggettivo bensì il sostantivo per un documento che permette di utilizzare il servizio sanitario per il ricovero, ad esempio.
Un certo grado di incertezza nella lingua può avvicinare persone che ne fanno uso quotidiano e persone che ne fanno pratica occasionale, più di quanto non si creda. L’italiano non fa eccezione: a volte mi chiedo “cosa intende” oppure “cosa vuole da me” quando sento questə o quellə parlante nativə che mi dice qualcosa che non capisco immediatamente. Può essere imbarazzante, ma devo farlo: chiedo di chiarire. Può bastare per risolvere una difficoltà di comprensione, così permettendo che lo scambio sia più fruttuoso, almeno più interessante sul piano della parità.
Si corre il rischio di perdere la faccia, ma non è meglio tacere facendo finta di capire, non sempre conviene. Chi ha più lingua saprà agire con abilità per raggiungere lo scopo comunicativo, magari girando attorno alla parola oscura per farsela spiegare. Ad ogni stadio di competenza nella lingua, invece, si può chiedere conferma di quanto si crede di aver capito. Ogni principiante, però, deve sentirsi a suo agio nel dire “non ho capito” sperando che la persona davanti sappia trovare parole più chiare per spiegarsi o altri mezzi per comunicare con chi appartiene a una comunità linguistica diversa.
Le parole sono pietre quando feriscono, muri quando dividono, ponti quando uniscono: solo nel primo caso, il linguaggio diventa un problema; nel secondo, piuttosto una sfida; nel terzo, c’è soluzione (e più soddisfazione). Tacere, specie se in maniera ostinata, non porta a niente, anzi talvolta passa per consenso. Meglio fare confusione, liberare le parole, poi ricreare un ordine. Anche ascoltando le Pillole di italiano, ascoltando e riascoltando, inclusa questa: Confusione


