Mi rendo conto che il tempo passa ogni volta che ritornano in mente le/gli adultė dalla mia giovinezza. Penso che oramai devono essere decrepitė, se non mortė. Anch’io sto invecchiando, ma d’altra parte l’alternativa è persino peggio. Un rimedio alla vecchiaia, così ho imparato da amici e amiche più grandi di me: fare amicizia con persone più giovani. Perciò, il mese scorso, non ho esitato ad accettare l’invito da una nuova amica alla festa per il suo 25° compleanno; un compleanno sanremese.
La festeggiata, oltre a offrire un’ottima lasagna e una torta al cioccolato enorme, ha pensato bene di rendere noi tuttė spettatori e spettatrici partecipi della finale del Festival di Sanremo. Chi conosce la cultura popolare italiana, sa quale importanza abbia questo festival della musica leggera. Ogni anno milioni di persone seguono l’evento sui canali ufficiali Rai e gli altri media che fanno da cassa di risonanza. Ognunə diventa espertə, ma non solo di canzoni. Quest’anno ce ne sono state ben 30 in gara.
Nei form che la mia amica aveva preparato per noi, oltre alla singola canzone, si votava: l’originalità del brano in gara, la performance dell’artista sul palco, il suo outfit, la simpatia e il “brivido blu” ovvero quale effetto suscitasse ciascuna esecuzione seppure in modo vago e indistinto. Ebbene, abbiamo indovinato 2 su 3 canzoni finite sul podio del festival, anche prescindendo dall’ordine di classifica, cosa non ovvia per un campione così poco rappresentativo del grande pubblico di Sanremo: eravamo 11 persone di età comprese fra 25 e 45 anni, a fronte di 10 milioni di persone (più e meno giovani di noi) davanti ai piccoli schermi.
Io ho dato voti bassi al cantante che ha vinto la scorsa edizione del festival, comunque lo menziono nella prossima pillola di Italiano Standard. Esce in podcast la settimana prossima con il titolo Figli d’arte, un’idea che mi è venuta scorrendo i nomi dei cantanti in gara quest’anno a Sanremo. Fra questi c’è appunto il vincitore Sal Da Vinci, figlio di Mario Da Vinci; entrambi cantanti melodici, ma non sono discendenti del genio rinascimentale.
I “figli di nessuno” sono pochi, in fondo; quasi tuttė possono contare su una famiglia che lė ha sostenutė, almeno fino a un certo punto, con livelli variabili di sensibilità emotiva, che dipende anche dall’educazione sentimentale che i genitori abbiano ricevuto. La più recente pillola di vocabolario parte dal rapporto genitori-prole per esplorare l’uso, appunto, della parola Figli(e).
Che piaccia o no alle giovani generazioni, la canzone di Sal Da Vinci rappresenterà l’Italia al prossimo Eurovision Song Contest. Le/I fan di tutta Europa (e oltre) stanno già aspettando. Devo dire che il festival europeo mi è sempre interessato meno di quello italiano, forse perché amo le lingue; all’Eurovision quasi tuttė cantano in inglese. (Per carità, va benissimo come lingua comune per lavorare anche in Europa fra persone di nazionalità diverse; ma mi piacerebbe ascoltare come suonano tutte le altre lingue, almeno in musica.)
Per quellė di ogni generazione, ancora in italiano, c’è una vecchia pillola in podcast, dalla canzone di Gianna Nannini: Ragazzo dell’Europa. Riascoltarla sarà un modo di prepararsi all’ultima di questo mese, in uscita nell’anniversario del trattato di Schengen sulla libera circolazione nel vecchio continente. Per chi non ne ha avuto abbastanza, c’è ancora l’ultima del mese scorso, disponibile anche in video: Sanremo
Festival / io sento questa musica / che ci prende l’anima


